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In alto le antenne! Proteggiamo il futuro con Gold for Kids

A sostegno di Fondazione Umberto Veronesi per la ricerca sui tumori di bambini e adolescenti: leggi l'intervista con la dott.ssa Elena Poli

Valori Giovani 07 maggio 2021

Si chiama Gold for Kids il progetto di Fondazione Umberto Veronesi dedicato ai tumori dell’infanzia e dell’adolescenza: la Cooperativa collabora con loro da anni e ora, con l'iniziativa "In alto le antenne!", sosterrà una borsa di ricerca di 30mila euro per un anno di lavoro sul campo della ricercatrice Elena Poli, che svolgerà la sua attività presso la Fondazione Istituto di Ricerca Pediatrica, Città della Speranza di Padova, occupandosi di immunoterapia del rabdomiosarcoma pediatrico.

Abbiamo intervistato la dottoressa Elena Poli, chiedendole di raccontarci di più della sua ricerca, ma anche approfondendo con lei temi come la ricerca scientifica in Italia, il ruolo femminile in questo settore e le conseguenze della pandemia.

Ogni anno, in Italia si ammalano di cancro circa 1.400 bambini e 800 adolescenti e i tumori dell'età pediatrica rappresentano ancora la prima causa di morte per malattia nell’infanzia, oltre ad avere un impatto drammatico sulle famiglie. Quali sono i progressi che ha fatto la ricerca e la cura in oncologia pediatrica negli ultimi trent’anni, e quali invece sono ancora le sfide da vincere?

Negli ultimi decenni sono stati fatti passi da gigante nel campo della ricerca e della cura oncologica pediatrica, che ha portato ad un miglioramento esponenziale dei tassi di sopravvivenza e della qualità della vita per i bambini affetti da tumore. Basti pensare ai risultati ottenuti nella Leucemia Linfoblastica Acuta (il tumore più frequente in età pediatrica) in cui si è passati da una sopravvivenza mediana di 6 mesi ad un tasso di guarigione complessivo dell’85%.
D’altro canto però la strada è ancora lunga per certi tipi di tumori, in particolari i tumori solidi, come il neuroblastoma, il rabdomiosarcoma, il sarcoma di Ewing e molti altri, che quando si presentano con malattia metastatica alla diagnosi o recidivano dopo terapia vanno incontro ad una prognosi spesso infausta. Per questi bambini con tumori “difficili” da trattare pochi progressi sono stati fatti negli ultimi anni ed è in questo ambito che servono maggiori sforzi al fine di poter sviluppare e definire delle terapie alternative, mirate ed efficaci.
I risultati del progresso scientifico da un lato hanno portato ad una maggiore comprensione dei meccanismi alla base del processo tumorigenico, ma dall’altro hanno aperto il vaso di Pandora svelando non solo l’estrema complessità di tali meccanismi, ma soprattutto la grande eterogeneità intrinseca a queste malattie. Si conoscono molte famiglie di tumori differenti ognuna delle quali va trattata con farmaci diversi, ma quello che è emerso è che ci sono ulteriori differenze anche da paziente a paziente, e anche in punti diversi della stessa massa tumorale.
Il futuro perciò sono le terapie personalizzate e la medicina di precisione che hanno dato risultati incredibili a livello di efficacia e di durata della risposta. A differenza della chemioterapia classica, la medicina di precisione si basa sull’impiego di farmaci “a bersaglio molecolare” altamente specifici rispetto alle cellule malate, più efficaci e molto più tollerabili, traducendosi in risposte migliori e più durature alla terapia.

Immunoterapia e rabdomiosarcoma, una delle forme più aggressive e diffuse di tumore dei tessuti molli: è questo il futuro della ricerca in questo ambito?

Il rabdomiosarcoma è trattato con un approccio multimodale che consiste nella combinazione di chemioterapia, chirurgia e radioterapia. Questa strategia terapeutica risulta vincente per la maggior parte dei bambini, ma purtroppo esistono sottogruppi di pazienti, come quelli che alla diagnosi presentano malattia metastatica o che non rispondono alla chemioterapia, la cui prognosi ad oggi è ancora infausta e per questi è necessario trovare nuove strategie di cura. Come dicevamo sopra le terapie personalizzate vanno proprio in questa direzione e fra queste l’immunoterapia è una delle nuove armi che abbiamo a disposizione.
Nella maggior parte dei casi le cellule immunitarie sono in grado di intercettare le cellule tumorali e distruggerle prima che possano moltiplicarsi. Tuttavia a volte il tumore riesce a sopraffare il sistema immunitario adottando tutta una serie di meccanismi che gli permettono di “nascondersi” dall’occhio vigile delle nostre difese. E’ proprio qui che interviene l’immunoterapia, che consiste nel potenziamento del sistema immunitario del paziente stesso per combattere il tumore. L’immunoterapia è sicuramente la nuova frontiera della cura ai tumori e ad oggi ha già dato risultati promettenti in molte neoplasie, anche pediatriche, per le quali c’erano ben poche speranze.

Da quasi un anno a questa parte il mondo della sanità e della ricerca si è dedicato soprattutto alla lotta contro la pandemia di Covid-19. Ma le patologie tumorali (così come altre) non si sono certo messe in stand-by. Quanto ha impattato il virus sulla ricerca nel vostro campo?

Non poco. Durante il lockdown molti laboratori di ricerca si sono quasi del tutto fermati con conseguente interruzione della ricerca scientifica e rallentamento degli studi clinici. Tenuto conto del lungo lasso di tempo che intercorre tra ricerca oncologica di base e cambiamenti nella cura del cancro, gli effetti di questa “pausa forzata” nella ricerca porteranno a rallentamenti nel progresso oncologico per parecchi anni. In un articolo pubblicato su Cancer Discovery, alcuni ricercatori americani hanno stimato che la chiusura forzata per Covid-19 produrrà un ritardo di circa due anni nei programmi di ricerca oncologici e nelle nuove scoperte. Non solo, alla penuria di fondi per la ricerca sul cancro si è aggiunto il dirottamento di molti di questi alla ricerca di terapie contro Covid-19, portando ad una ulteriore drastica riduzione nella possibilità di avere a disposizione i mezzi finanziari per portare avanti le ricerche in campo oncologico. Purtroppo però il cancro non si è fermato con la pandemia e nemmeno la lotta contro questo male deve fermarsi.

Ci siamo resi conto di come una comunicazione, soprattutto mediatica, sui temi scientifici sia cruciale: quanto è importante svolgere attività di informazione e divulgazione sul tema dei tumori pediatrici, e sensibilizzare l’opinione pubblica sui bisogni degli adolescenti malati di cancro?

I tumori che insorgono in età pediatrica sono relativamente rari, ma penso sia di estrema importanza sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema perché rappresentano ancora la prima causa di morte per malattia nei bambini e hanno un impatto drammatico sulle famiglie che ne sono colpite. Mi ha sempre colpito questa citazione tratta da The Orphan’s Tale di Jay Neugeboren: “Una moglie che perde il marito viene chiamata vedova. Un marito che perde la moglie è chiamato vedovo. Un bambino che perde i genitori viene definito orfano. Non ci sono parole per un genitore che perde un figlio. Ecco quanto è orribile la perdita”.
Molte persone non sanno, e io per prima non sapevo prima di affacciarmi al mondo dell’oncologia pediatrica, che i tumori nel bambino e nell’adulto sono completamente differenti. Possiamo chiamarli allo stesso modo, siano essi una leucemia o un sarcoma, ma nonostante questo le caratteristiche biologiche che sottendono ad un tumore “apparentemente” uguale sono molto diverse. I tumori pediatrici sono generalmente caratterizzati da poche mutazioni genetiche, al contrario di quelli dell’adulto, e spesso tendono ad essere più aggressivi, a progredire più rapidamente e a essere individuati a stadi già avanzati della malattia. I tumori pediatrici vanno quindi considerati come un’entità distinta dai tumori dell’adulto e per questo vanno trattati diversamente tenendo conto anche dei potenziali effetti a lungo termine della terapia.

La pandemia ci ha insegnato molte cose, tra cui la necessità di fare investimenti economici e dedicare energie alla ricerca come “salvavita” per l’umanità: secondo lei è cambiato il livello di consapevolezza nella società circa l’importanza della ricerca scientifica?

Assolutamente si, l’emergenza in corso ha evidenziato che è la conoscenza scientifica la nostra prima arma di difesa. Penso che tutti noi ci siamo resi conto di come senza gli avanzamenti scientifici non saremmo mai potuti arrivare a sviluppare un vaccino contro il Covid-19 in tempi così brevi. La ricerca spesso viene considerata come qualcosa di etereo, di sconosciuto, qualcosa di lontano dalla quotidianità della vita, ma penso che questo ultimo anno abbia contribuito a dare una svolta significativa a questo pregiudizio. Il mio augurio è che tutto questo si traduca in un sostegno da parte delle istituzioni, che soprattutto in Italia, hanno per tanto tempo trascurato il modo della ricerca.

L’Italia è al 27esimo posto al mondo per i finanziamenti alla ricerca scientifica ma all’ottavo per risultati raggiunti, sintomo di quanto noi italiani siamo capaci di lavorare bene anche con poche risorse, e delle potenzialità ancora inespresse. Qual è il ruolo che le Istituzioni dovrebbero avere in futuro?

Dovrebbero semplicemente investire più soldi in ricerca e sviluppo. La spesa in ricerca e sviluppo in Italia è passata in quattordici anni dall'1% del PIL all'1,4, mentre la media europea è del 2,19%. Basta solo questo dato per far capire la situazione drammatica dell’Italia e il nostro perenne ritardo rispetto al resto dell’Europa. Governo, università, istituti di ricerca e imprese dovrebbero essere impegnati in sinergia nel reperimento di fondi e nella loro gestione, invece non è assolutamente così. Ogni entità va per conto proprio perdendo completamente di vista la visione di insieme. Non dimentichiamoci poi il ruolo cruciale delle imprese private, come aziende farmaceutiche o biomedicali, che purtroppo poco si integrano con le università. Come avviene in altri paesi europei il governo dovrebbe incentivare questo tipo di connessione attraverso politiche dedicate e leve fiscali.

In Italia sono 12 su 1000 le donne laureate in discipline Stem, e guadagnano meno: è quanto emerge dalla fotografia relativa alle giovani donne laureate in discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche presentata nel corso della quarta edizione di StartupItalia Open Summit. Secondo lei quali sono le motivazioni per cui anche nella ricerca scientifica ancora oggi la disparità di genere è così forte?

Perché la ricerca scientifica in Italia è “vecchia”: l’età media del ricercatore italiano è di 46 anni. Questo porta con sè tutta una serie di pregiudizi e stereotipi retrogradi che hanno incoraggiato gli uomini ad intraprendere discipline scientifiche, mentre hanno scoraggiato le donne. Negli ultimi vent’anni sono state finanziate varie iniziative per promuovere una maggiore uguaglianza di genere nel campo della ricerca scientifica, che tuttavia non sono bastati a superare le barriere discriminatorie di tipo strutturale e culturale che limitano la partecipazione delle donne nella scienza. A mio avviso queste disparità verranno colmate solo man mano che “la vecchia guardia” verrà sostituita, lasciando spazio a nuove generazioni dalla mentalità più aperta che permetteranno finalmente di rompere le vecchie e ottuse barriere di genere.

In una lettera pubblica alla prestigiosa rivista Nature Astronomy, tre ricercatrici in astrofisica hanno messo mano ai dati relativi alla pubblicazione di articoli scientifici in ambito astronomico e hanno riscontrato un netto calo di firme femminili nel periodo del lockdown, cosa che non è avvenuto per quelle maschili. Cosa non ha funzionato nel sostegno alle professioni femminili?

Penso che l’emergenza sanitaria non abbia fatto altro che amplificare le disuguaglianze di genere che già caratterizzavano la struttura sociale dell’Italia pre-pandemica. Alle già esistenti disparità legate al mondo della ricerca e della carriera accademica si sono fatte sentire di più anche le disparità di genere tra le mura domestiche, che corrispondono ad una non equa distribuzione di tutti quei compiti che riguardano la cura della casa e della famiglia, che da sempre non è alla pari tra uomo e donna. Questo è il motivo per cui lo smartworking non ha avuto lo stesso peso per uomini e donne che vivono sotto lo stesso tetto ed è risultato in un calo di produttività lavorativa per le donne. Quello che non ha funzionato nel sostegno delle professioni femminili probabilmente è stato proprio trascurare l’effetto che avrebbe avuto il fatto di non poter più mandare i bambini a scuola e non poter più contare sui nonni o sulle baby sitter.

Nelle immagini dei laboratori vediamo spesso i ricercatori in camice e guanti di lattice, con provette e campioni tra le mani: è un cliché? Ci descriva la sua giornata tipo “al lavoro”.

No, non è cliché, è esattamente così, ma soprattutto durante i primi anni di lavoro. Si arriva in laboratorio presto la mattina, caffè in quantità industriale e poi si fa mente locale sugli esperimenti da condurre durante la giornata e si inizia a fare un vero e proprio lavoro di “tetris” per poter incastrare tutto alla perfezione. Si inizia in genere con l’esperimento più lungo, che comporta più tempo e al primo momento di pausa (perché magari ci sono venti minuti di attesa per una incubazione) si comincia subito con il secondo esperimento, con tempistiche calibrate alla perfezione perché lo si deve portare avanti in parallelo con il primo, e così via fino a sera. Alla fine della giornata si raccolgono i dati e si analizzano e si comincia già a pianificare il lavoro per il giorno dopo, sulla base dei risultati ottenuti.
Questo, come dicevo soprattutto i primi anni di lavoro in cui si è totalmente immersi nel mondo degli esperimenti. All’aumentare dell’esperienza e delle conoscenze consegue una acquisizione di responsabilità, e il lavoro si trasla sempre di più in ufficio davanti al computer abbandonando progressivamente il lavoro al bancone, che viene portato avanti per lo più dai nuovi tesisti e dottorandi. Le giornate passano nell’analizzare dati e esperimenti e nel cercare di capire come procedere per dimostrare le proprie ipotesi confrontandosi con la letteratura scientifica. Tutto questo intervallato periodicamente da scadenze, come un articolo da scrivere o da revisionare, un progetto a cui applicare e così via. Poi ci sono le riunioni con colleghi e capi, le conferenze, i meeting. Insomma si tratta di un lavoro vario e dinamico che va da attività puramente pratiche ad attività del tutto teoriche, che varia moltissimo nel tempo e a seconda del momento. Non ci si annoia mai.

“C’era una volta una bambina che amava le macchine e amava volare; c’era una volta una bambina che scoprì la metamorfosi delle farfalle...”. Da Serena Williams a Malala Yousafzai, da Rita Levi Montalcini a Frida Khalo, da Margherita Hack a Michelle Obama, sono 100 le donne raccontate nel bestseller “Storie della buonanotte per bambine ribelli”: si sente una bambina ribelle? Quale era la storia della buonanotte per Elena Poli?

Sicuramente. Ho sempre avuto un carattere vivace e ribelle. Non sono mai stata una bambina tranquilla che giocava con le bambole. Ho sempre portato avanti le mie convinzioni e perseguito con tenacia i miei obbiettivi perché non ho mai voluto “adagiarmi” a condurre una vita tranquilla e serena. Ho sempre scelto la strada più tortuosa e difficile piuttosto che quella che tutti mi consigliavano, quasi in una perenne sfida con le mie capacità. La mia storia della buonanotte preferita era la storia della ribelle e creativa Jo in Piccole Donne di Louise May Alcott. Amavo il carattere schietto, coraggioso, determinato, impulsivo e irrequieto di Jo in cui mi rispecchiavo molto. Mi piaceva molto la sua tenacia nel portare avanti il suo sogno di diventare scrittrice nonostante al tempo alle donne fosse richiesta più che altro una realizzazione in termini di matrimonio e di famiglia.

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